L’amigdala destra ama più di quella
sinistra!
Si è visto come si attiva
l’amigdala destra se si pone la foto di una persona cara e innamorata agli
occhi di un cervello split-brain. (Esperimenti di R. Sperry e M. Gazzaniga 2° parte)
Grazie allo studio di questo gruppo,
gli scienziati ora sanno che il cervello sano può somigliare a una coppia di
macchine nettamente diverse, cablate fra loro e costantemente impegnate a
scambiarsi torrenti di dati. Ma una volta tagliato il cavo primario,
l’informazione – parole, oggetti, immagini – presentata a un emisfero viene
ignorata dall’altro. Michael Gazzaniga, studioso dei processi cognitivi all’Università
della California a Santa Barbara, e «grande vecchio» della moderna ricerca sui cervelli divisi, dice
che, anche dopo mezzo secolo di lavoro con questi pazienti, ancora prova un
brivido quando osserva gli effetti dell’interruzione del collegamento.
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«Ti
trovi con un paziente dal cervello diviso che fa una delle solite cose – gli fai vedere un’immagine e lui
non sa dire di che si tratta. Però riesce a pescare proprio
quell’oggetto da una sacca piena di cose», dice Gazzaniga. «Il cuore ti balza
in gola!» L’idea di una dicotomia della coscienza ha
colpito il grande pubblico, ed è stata fortemente esagerata nella nozione di
«cervello destro creativo»
Il lavoro con questi pazienti ha
evidenziato le differenze tra i due emisferi, rivelando per esempio che in genere
l’emisfero sinistro ha il ruolo guida per
l’elaborazione della parola e del linguaggio, mentre quello destro è specializzato nel trattamento dello
spazio, nel riconoscimento dei visi e nell’emotività. «Questo lavoro ci ha fatto vedere che tutti e due
gli emisferi sono assai competenti nella maggior parte delle cose, ma ci
presentano due istantanee assai diverse del mondo», dice Richard Ivry,
direttore dell’Institute
of Cognitive and Brain Sciences dell’Università della California a Berkeley.
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L’idea di una dicotomia della coscienza ha colpito il grande pubblico, ed è
stata fortemente esagerata nella nozione di «cervello destro creativo». Ma le
ulteriori ricerche condotte sui pazienti con il cervello diviso hanno dato un quadro più ricco di sfumature.
Il cervello non è fatto come un computer, con sezioni specifiche dell’hardware
incaricate dell’esecuzione di certi compiti. È più simile a una rete di computer connessi da enormi e attivissimi cavi a banda larga.
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La connettività tra le regioni attive del cervello si sta rivelando altrettanto
importante, se non di più, delle operazioni svolte dalle sue singole parti.
«Nei pazienti dal cervello diviso, si vede l’impatto che può avere lo
scollegamento di un’enorme porzione della rete, senza che siano danneggiati i
singoli moduli specifici», dice Michael Miller, psicologo dell’Università della
California a Santa Barbara.
David Roberts, primario di neurochirurgia al Dartmouth-Hitchcock Medical Center di Lebanon, New Hampshire, che ha operato alcuni dei pazienti di questo gruppo e lavorato in stretta collaborazione con Gazzaniga, trae un’importante lezione dalle ricerche su questo tema.
David Roberts, primario di neurochirurgia al Dartmouth-Hitchcock Medical Center di Lebanon, New Hampshire, che ha operato alcuni dei pazienti di questo gruppo e lavorato in stretta collaborazione con Gazzaniga, trae un’importante lezione dalle ricerche su questo tema.
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«Nelle facoltà di
medicina, e nella scienza in generale, si sottolinea moltissimo l’importanza
dei grandi numeri, degli esami di laboratorio, della diagnostica e della
significatività statistica», dice Roberts – tutte cose cruciali quando si
tratta, diciamo, di valutare un nuovo farmaco. Ma il gruppo dei pazienti split
brain gli ha fatto prendere coscienza di quante cose si possono capire a
partire da un caso singolo. «Ho imparato, alla fine, che un singolo individuo,
studiato bene e riflettendoci sopra, può consentirci di trarre conclusioni che
si applicano a tutta la specie umana», dice.
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Le tecniche di imaging cerebrale oggi sono divenute il modo più usato per
osservare le funzioni cerebrali, rendendo superfluo, secondo molti ricercatori,
lo studio dei pazienti split brain. Ma non tutti sono d'accordo.
Oggi, i pazienti dal cervello diviso sono sempre più avanti negli anni; qualcuno è morto, uno ha avuto un colpo apoplettico, e in generale l’età li ha resi meno capaci di sopportare lunghe e impegnative sessioni di osservazione e concentrazione. L’intervento, già molto raro, è stato soppiantato da farmaci e procedure chirurgiche meno drastiche.
Oggi, i pazienti dal cervello diviso sono sempre più avanti negli anni; qualcuno è morto, uno ha avuto un colpo apoplettico, e in generale l’età li ha resi meno capaci di sopportare lunghe e impegnative sessioni di osservazione e concentrazione. L’intervento, già molto raro, è stato soppiantato da farmaci e procedure chirurgiche meno drastiche.
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Nel
frattempo, le tecnologie di visualizzazione dell’attività cerebrale sono
divenute il modo più usato per osservare le funzioni cerebrali, dato che gli
scienziati possono semplicemente osservare quali aree sono attive durante
l’esecuzione di un compito. Si è visto come si attiva
l’amigdala destra se si pone la foto di una persona cara e innamorata agli occhi dei un
cervello split-brain. Viceversa l’attivazione dell’amigdala di
sinistra, con un valore inferiore di grandezza rispetto alla destra, produce
meno neuro - trasmettitori nel torrente sanguigno nei confronti della destra.
Per Miller,
Ivry e Gazzaniga, però, i pazienti dal cervello diviso in due restano
una risorsa inestimabile. Le tecniche di visualizzazione possono confermare,
per esempio, che il lato
sinistro del cervello è più attivo di quello destro nell’elaborazione del
linguaggio.
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Ma questo trova un’illustrazione plastica nei pazienti split
brain, che possono non essere in grado di leggere ad alta voce una parola
come «padella» quando la si presenta all’emisfero destro, ma sono in grado di indicarne esattamente il disegno. «Questo ci da il senso
di una capacità di lettura dell’emisfero destro, che però non può accedere al
sistema motorio per produrre il parlato», dice Ivry. «La visualizzazione
dell’attività cerebrale è utilissima per dirci dove succede una cosa»,
aggiunge, «ma il lavoro con i pazienti può dirci come succede».






